Salita al Castore (m. 4221)

Finalmente il Castore. Dopo aver tante volte visto in foto la leggendaria cresta e la cima di una delle più belle vette del Monte Rosa, abbiamo l’opportunità di tentarne l’ascesa. Siamo in diciotto ragazzi, record per quanto riguarda le gite dell’alpinismo giovanile su ghiacciaio, record in concomitanza con la gita non più lunga ma sicuramente più difficile.

Arrivati a Gressoney prendiamo la seggiovia per giungere a 2700 metri. Dopo il pasto iniziamo a salire; gli zaini pesano, carichi soprattutto dell’attrezzatura per ghiacciaio.

I primi metri sono ardui, ma seguendo il passo regolare di Antonio si fatica meno.

Si cerca di risparmiare fiato: anche Giulia Barli, che non perde un’occasione per deliziarci con le sue esecuzioni sonore di canzoni dello Zecchino d’oro, cammina (quasi) in silenzio. L’ultima parte del percorso per arrivare al rifugio è costellata da corde fisse, indispensabile aiuto per giungere incolumi alla meta.

Il Quintino Sella, alle pendici del ghiacciaio, si erge nella sua imponenza ed è ovviamente pieno zeppo di gente che, l’indomani, seguirà il nostro stesso percorso. Siamo a 3600 metri e ci avevano avvertito su possibili malori causati dal mal di montagna, ma non avrei certo pensato a una simile strage: sette od otto persone vengono sopraffatte dal famigerato male, altri accusano forti mal di testa.

La mattina seguente ci si sveglia alle 4.45h. Fortunatamente i malati del giorno prima sembrano essersi ristabiliti. Dopo la preparazione delle cordate siamo pronti a partire.

La giornata è stupenda, sporadiche nubi percorrono il cielo limpido: possiamo ritenerci molto fortunati, le previsioni non erano così ottimistiche. Il freddo è forte, occorre coprirsi. Non molto dopo la partenza, però, accade l’inconveniente: Matilde sta male e non riesce a proseguire, quindi viene riaccompagnata al rifugio: avrà altre occasioni per rifarsi.

Proseguiamo oltrepassando piccoli e numerosi crepacci (al ritorno qualcuno ci cadrà anche dentro) mentre il tanto desiderato sole si degna finalmente di riscaldarci.

La parte più ripida è la salita al colle del Felik; bisogna fare la coda poiché abbiamo davanti altre cordate. Dal colle il percorso è tutto in cresta, non consigliabile a chi soffre di vertigini. Inoltre il vento è a tratti molto forte e dunque bisogna procedere lentamente fino alla cima. Qui restiamo poco, ma abbiamo comunque il tempo di contemplare il meraviglioso panorama che si stende tutto intorno a noi: si vede nitidamente tutta la Val d’Aosta e anche oltre, fino al Monviso, mentre il versante svizzero è coperto da un mare di nebbia da noi sovrastato. Mangiamo qualcosa e scendiamo, stanchi ma soddisfatti: per molti è infatti la vetta più alta mai raggiunta, oltre 4200 metri.

Giorgio Berruto